Il modo migliore per fare carriera? Insultare il CEO della tua Azienda.

Regole che nessuno ti dice.

Ora, io non so chi tu sia. Né che lavoro tu faccia. Si intendo proprio te, tu che stai leggendo. Non è una intro uptempo alla Nolan, questa. Dicevamo. Non so chi tu sia né che lavoro tu faccia, ma tu si. Lo sai.

Per cui ora prova a immaginare di essere stato appena assunto in una nuova azienda, un’azienda bella grande, famosa e importante. Certo, tu preferivi i loro competitor, ma non ti hanno voluto. Hai atteso fino all’ultimo, ma niente. Va beh, alla fine quindi hai accettato questo incarico importante per questa azienda importante. L’hai sempre schifata in realtà, forse lo sanno pure là dentro, ma tu sei un professionista per cui vai dove ti chiamano e cerchi di fare il meglio.

E poi è un bel ruolo, alto, prestigioso. E ti danno un sacco di soldi. Ma un sacco proprio. Molti di più di quelli che prendevi prima. Che poi prima… vieni da un licenziamento in tronco. Al tuo vecchio Capo gliene fregava così poco di tenerti che ha preferito pagare una penale ciclopica pur di sbarazzarsi di te. Ma va beh, capita. Tu sei bravo e infatti in questa nuova azienda ti pagano tantissimo. Più di tutti lì dentro e più di tutti in ruoli simili altrove. Molto più ancora di quanto ti avrebbero dato i loro competitor. Ma non ti hanno voluto e tu sei un ambiziose e sei riuscito a fargli vedere che puoi avere un ingaggio ancora più alto.

Bene.

Prova a immaginare che adesso son passati sei mesi. Mesi di proclami, aspettative, richieste, commenti. Non è tanto sei mesi per giudicare un lavoro. Ma tu hai già missato tutti gli obiettivi aziendali. Quelli per cui ti stanno pagando uno sfacelo.

Fuori male dalla Champions ai gironi. Campionato finito a Natale. Eliminato in Coppa Italia. Per fortuna c’è ancora l’Europa League.

(foto presa da mediagol.it)

Come ti senti? Male. Perché in realtà tu sei bravo. Li vali quei soldi che ti danno, pensi. Però gli obiettivi li hai mancati tutti. Quello che c’era prima di te non è che avesse fatto molto diverso. E quello che han preso i tuoi competitor piuttosto che assumere te? Ti ha battuto sempre.

Cosa fai? Chiedi un incontro al tuo superiore per scusarti dei risultati, spiegando però il buono del tuo progetto chiedendo tempo e fiducia? Temi l’arrivo del CEO in città che, figlio di una cultura straniera, forse non può capire il cuore del tuo lavoro? Speri in una riunione a porte chiuse dove le critiche al tuo operato possano rimanere circostanziate e “in famiglia”? Del resto, si sa, i panni sporchi

No, ti butti a pesce sul primo microfono che ti sbattono davanti al muso e in collegamento via satellite con 256 Paesi:

  • Insulti il tuo superiore (oltretutto colui che ti ha scelto, portato lì e fatto firmare un inverosimile contratto triennale a cifre fuori mercato)

  • Insulti il CEO dell’azienda

“Il presidente è in Cina”. Come se fosse un colpa. Come se il Capo di una multinazionale da fantastiliardi di dollari dovesse stare nella stessa città tua perché altrimenti Gagliardini prende la traversa da 3 metri e le tue squadre durano 55 minuti. Come se il capo di una multinazionale da fantastiliardi di dollari dovesse dare attenzione all’unico asset che gli fa perdere milioni e che tiene per divertimento invece che concentrarsi sulle parti di business che fruttano. E ti pagano quello stipendio no sense.

Oltretutto lo stai trollando in mondovisione. Sei sicuro?

Ti licenzierà sicuro. Ti toglierà il comando. Ti toglierà il portafoglio.

Invece no, promosso. Più potere, più soldi.

Bravo tu. Abbiamo da imparare noi, stolti.

Forse te la sei cavata perché dopo la sfuriata c’era ancora un obiettivo aziendale da raggiungere. Un obiettivo che potesse far dimenticare una stagione di fallimenti. Di molti proclami strillati e poco gioco. Meno male va, quell’ultimo obiettivo perlomeno è ancora lì. Dagli una bella lezione, Finale.

(foto presa da fanpage.it)

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Copertina Jobbermag #7 | Vol.1 |Agosto 2020