È giusto aspettarsi riconoscenza nel mondo del lavoro?

Il triangolo Gasperini, Gomez, Ilicic nell'Azienda Atalanta.

INTRO: due spunti, due ambienti, due visuali. Stesso tema.

Una ragazza che seguo ha appena ricevuto l’offerta di lavoro che aspettava da un po’. Cambia lavoro, cambia azienda. È felice, ma mi ha confidato di esserci rimasta male quando il suo Capo le ha mostrato tutto il suo fastidio per questa decisione.

E chissenefrega. Le ho detto io.

“Eh ma sai, ho un rapporto personale, conosco la famiglia, i figli. Abbiamo mangiato insieme. Pensavo avessimo un rapporto particolare”.

E chissenfrega. Le ho detto io.

Se aveste un rapporto particolare personale dovrebbe essere solo contento se tu hai ricevuto una buona offerta e voli via felice per la tua strada.

Ma la domanda è: non è che forse non avevate un rapporto particolare personale, ma particolare professionale? Ossia che era personale solo finché rientrava nel suo interesse professionale? Anche perché altrimenti può sempre farti un’offerta migliore e tenerti lì se siete tanto cicci cicci pucci pù. No?

Nei limiti dell’educazione io trovo giusto che un dipendente prenda e vada e non debba sentirsi in difetto ad abbandonare un luogo di lavoro solo perché troppo spesso questo gli viene presentato come “una grande famiglia”. Il lavoro non è la famiglia e non deve esserlo.

È giusto aspettarsi riconoscenza dal proprio datore di lavoro? È giusto aspettarsi riconoscenza dai propri dipendenti?

Counter side.

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare di quanto sia successo nello spogliatoio dell’Atalanta durante l’intervallo della partita di Champions League contro i danesi del Midtjylland. Pare che l’allenatore Gasperini e il Capitano Alejandro Gomez siano arrivati alle mani dopo una discussione e che l’altra stella della squadra, lo sloveno Josip Ilicic, si sia schierato dalla parte del Papu. Benché non ci siano ancora voci ufficiale pare che il tutto sia avvenuto a causa di un rimprovero tattico.

Ora io dico: con quale coraggio giocatori come Gomez e Ilicic possono permettersi di mettere in discussione il loro allenatore Gasperini. Mezzi giocatori che prima di incontrarlo lungo la loro strada vagavano senza metà nell’immenso circo del calcio (vorrei dire internazionale ma in realtà poco più che italiano). Svogliato, pasticcione, sperperatore di talento lo sloveno. Normale, probabilmente fuori ruolo, anonimo, l’argentino.

Che sia Gasperini ad averli trasformati in giocatori totali è fuori di dubbio.

Come spesso gli capita, è capace di tirare fuori dai giocatori molto più di quello che hanno grazie anche, e soprattutto, all’incredibile lavoro che si fa dentro il pianeta Atalanta, società che già prima del Gasp ha fatto della cultura del lavoro e dell’educazione del talento un suo punto fondante (2 tornei di Viareggio e 4 campionati primavera nonostante mezzi inferiori di tante big sono lì a testimoniarlo). Di quanto lavorare con Gasperini e l’Atalanta renda tutto più semplice e triplichi il valore di chi passa di lì è evidente anche da cosa succede dopo che un giocatore va via da Bergamo, pagato come una star per poi tornare nella sua misura ben più modesta. Quanti giocatori che hanno scelto di proseguire altrove hanno mantenuto il livello a cui li aveva portati Gasperini? Che fine hanno fatto Gagliardini, Caldara, Conti, Castagne, Cristante, Zappacosta, Baselli, Bonaventura, Gabbiadini? Kessie si sta riprendendo solo quest’anno.

Cambiare Azienda è lecito, affrancarsi dal proprio Capo è naturale e deve esserlo, ma mettere in discussione chi ti ha reso grande solo perché ora, appunto, sei grande è un grosso errore di valutazione che si rischia di pagare caro.

In quel Paese trasudante talento calcistico in ogni vicolo chiamato Argentina, del Papu Gomez nessuno conosceva l’esistenza. Gasperini gli ha regalato un nuovo ruolo, una carriera e pure la Nazionale.

Se ti dice di giocare un tempo un po’ più a destra, lo fai.


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Copertina Jobbermag #17 | Vol.1 | Dicembre 2020